Fotografia e psicologia: un convegno all’Università Cattolica

La fotografia e la psicoanalisi sono nate negli stessi anni e forse non è un caso: entrambi sono strumenti per vedere. Sia i fotografi sia gli psicoanalisti lavorano sulla latenza, ovvero su ciò che è in nuce ma che necessita di un interlocutore per diventare vivo.

E’ questo il tema del convegno “Fotografia: identità, società e memoria” che si è svolto il 28 gennaio scorso all’Università Cattolica di Milano, in un ping-pong di interventi e di proiezioni di immagini di Gianni Berengo Gardin, lì presente per illustrarle e  contestualizzarle.

Berengo Gardin all'Università Cattolica

Il punto di partenza è che noi esseri umani pensiamo per immagini, infatti la nostra mente crea continuamente rappresentazioni. Le immagini stesse contribuiscono a moltiplicare queste rappresentazioni interiori, in quanto capaci di richiamare alla mente più mondi rispetto alle parole. La fotografia lascia più libertà, fa partire storie diverse a seconda del fruitore perché lo sguardo con cui si approccia una fotografia è frutto della cultura di cui si espressione e della propria interpretazione del mondo.

Per questo le immagini fotografiche sono al centro di strumenti diagnostici utilizzati in psicologia clinica, sia in ambito patologico individuale che nello studio delle dinamiche dei gruppi.

Le Photo Therapy Techniques – utilizzate con un soggetto singolo – prevedono momenti quali i photo projectives (scelta di due immagini che piacciono e due che disturbano all’interno di un set di immagini), le foto scattate o scelte dal soggetto stesso, le foto del soggetto scattate da altri, l’album di famiglia e gli autoritratti.

Nell’ambito delle sessioni di gruppo viene utilizzato il Photo Language: si chiede di rispondere a una consegna attraverso una foto scelta in un set; si racconta poi la motivazione della scelta e gli altri componenti del gruppo restituiscono il loro punto di vista, in un contesto che vuole incentivare la capacità di ascolto, la tolleranza e l’allargamento percettivo.

Alla base però ci deve essere un’immagine che ha un valore: per acquisire valore l’immagine deve traghettare il fruitore verso concetti, deve far vedere ciò che non si vede, svegliare le coscienze, favorire un desiderio, elementi che fanno la differenza nel mondo molto pragmatico della comunicazione.

 

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